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Postindustrialepermanente

Armando Marrocco

Febbraio 2020

Il buen retiro estivo di Armando Marrocco è nascosto in fondo al Salento, proprio là dove finisce la terra e incomincia il mare. E’ un paradiso di ulivi, fichi, pajare, muretti a secco, cicale e, nelle notti giuste, lucciole e stelle cadenti. Ogni anno, in una di quelle notti magiche – precisamente l’11 di agosto, santa Chiara – Armando Marrocco dà una festa d’arte e invita nel suo buen retiro i molti amici che ha nel Salento o sparsi in giro per il mondo. E’ grazie a una di quelle feste colte e cosmopolite che – complice Toti Carpentieri – Spaziobianco e Armando Marrocco si sono incontrati per la prima volta. Quasi per caso.

Da allora è nato un sodalizio che nessuno avrebbe potuto immaginare sarebbe diventato così solido e duraturo: sei mostre in poco più di sei anni. Spaziobianco – ormai - è diventata la casa torinese di Armando Marrocco. Qui, nel 2019, ha scelto di venire a festeggiare i suoi ottantanni. Sessanta dei quali impegnati a creare opere d’arte all’insegna della poesia, dell’originalità, della bellezza.

Le ragioni del successo di questo sodalizio sono molteplici. Alcune – o forse parecchie – risultano insondabili perché riguardano gli incontri fra le nature umane e gli umori misteriosi che li governano. Da un punto di vista più razionale, però si può dire con certezza che si è trattato di un “incontro tra irregolari”. Dunque, in qualche modo, tra simili.

Che Spaziobianco sia un luogo irregolare, è fuor di dubbio. Toti Carpentieri l’ha definito una “non galleria”. Ed è vero. E’ un luogo dove si pensa, si fa e si sperimenta arte. Le mostre che ospita possono riguardare grandi maestri - come Armando Marrocco - o giovani promettenti, ma sono sempre originali, inedite. Mai viste prima. Nelle sale di Spaziobianco, durante i suoi quasi dieci anni di vita, sono state esposte opere di artisti che hanno fatto la storia dell’arte e altre di artisti che – al contrario – la storia dell’arte ha ingiustamente tenuto nascosti nelle sue pieghe. Spaziobianco è, dunque, un luogo dove si privilegia la ricerca, senza cedere alle tentazioni delle mode.

Forse è proprio questo l’ingrediente segreto che ha tenuto uniti Spaziobianco e Armando Marrocco: la ricerca e la sperimentazione continua al di là delle mode. Perché nessuno come Marrocco, tra i maestri italiani contemporanei, ha saputo fare arte innovandosi perpetuamente, usando ogni genere di materiali: dai colori alla sabbia, dalla creta alla resina, dalla pietra al legno, dall’acqua al fuoco, dalla musica alla luce. Per oltre mezzo secolo Marrocco ha solcato le più importanti correnti artistiche del secondo Novecento mantenendo la barra ferma su rotte uniche e originali, che rispondevano solo alla sua personalissima sensibilità creativa. Da questo punto di vista, dunque, è stato ed è un artista estremamente irregolare perché – unico fra i maestri - la sua cifra davvero riconoscibile è il cambiamento continuo.

Le mostre che Marrocco ha finora portato a Spaziobianco sono una prova provata di questa sua straordinaria vena poliedrica: sono state cinque mostre diversissime le une dalle altre, quasi come se non fossero state realizzate dallo stesso artista. E diversissima è anche questa – la sesta - che viene presentata ora, all’inizio del 2020, con il titolo di “Postindustriale-Permanente”. E’ una mostra “storica”, che raccoglie opere realizzate prevalentemente negli anni Sessanta – Settanta del Novecento, che si richiamano a quella tendenza sperimentale che allora venne definita come “Arte cinetica e programmata”.

Armando Marrocco è andato a sceglierle – queste opere - là dove erano esposte, ma anche là dove erano celate, in quello che lui chiama “il mio studio”, e che in realtà è un gigantesco museo di materiali, progetti, opere abbozzate, opere finite, opere pensate, opere nascoste. Per ogni mostra presentata a Spaziobianco, Marrocco è sempre andato ad attingere in quel suo museo segreto. La cosa davvero incredibile è che alcune di quelle opere tenute nascoste anche per decenni erano tra le più significative della sua vicenda artistica, come ad esempio il meraviglioso Giardino Ludens di molle acustiche ripresentato a Torino, a Spaziobianco, nel 2018, a cinquant’anni di distanza dalla sua prima esposizione.

Anche per “Postindustriale–Permanente” Marrocco ha voluto far rinascere frammenti significativi – o capisaldi – della sua sperimentazione. E, ancora una volta, è riuscito a sorprendere mostrando l’originalità della sua poetica anche in un ambito – quello dell’arte cinetica e programmata – in cui era oggettivamente difficile riuscire a discostarsi in modo sensibile dalle tendenze comuni.

Il fatto è che Armando Marrocco ha avuto per tutta la vita – e ha tutt’ora, pur avendo passato gli ottant’anni – una caratteristica che Spaziobianco aveva avuto modo di scoprire fin dal primo incontro durante quella festa nel buen retiro in fondo al Salento.

Si trattò, in quel caso, di una festa piuttosto anomala perché, invece del previsto spettacolo delle stelle cadenti, accadde ben altro. La colpa – o il merito – fu del dio dei temporali che, pur non essendo stato invitato, decise di partecipare ai festeggiamenti. Arrivò accompagnato da folate di vento e dal borbottio dei tuoni, poi si scatenò rovesciando sugli ospiti raffiche di pioggia fitta, battente, continua. Li snidò dalle tende sotto le quali avevano inutilmente cercato riparo e li costrinse a stiparsi – letteralmente – in una minuscola cucina. Non si trattò di un semplice temporale estivo. Fu un diluvio che durò ore e ore, per tutte la sera.

Stretti gomito a gomito, umidi, tristi e infreddoliti, i presenti si  rammaricavano per l’inclemenza del tempo e per la festa irrimediabilmente rovinata. Solo uno, al contrario, si stava palesemente divertendo: il padrone di casa. Affacciato a una finestrella, sottolineava con esclamazioni stupefatte le ragnatele luminose dei lampi e – muovendo le braccia - dettava il tempo al rimbombare dei tuoni come se fosse un direttore d’orchestra. 

Quando il diluvio finì, Armando Marrocco, ridendo sotto i baffi, commentò: “Nella mia vita ho realizzato molte performance di successo, ma questa, in coppia con il dio dei temporali, è stata, senza ombra di dubbio, la migliore”.

Ecco, l’ironia giocosa. E’ indubbiamente questa una delle peculiarità di Armando Marrocco. Ma lo è anche la capacità di afferrare l’attimo fuggente e trasformarlo in qualcosa di diverso. La capacità di prendere la semplice e banale realtà e trasfigurarla in un evento irripetibile.

Qualcuno potrebbe pensare che sia proprio questa la scintilla miracolosa che noi chiamiamo “arte”. Forse e vero. Per riuscire a farla scaturire – questa scintilla - bisogna però avere il cuore di un ragazzo, un cuore capace di stupirsi.

Come, per tutta la vita, ha avuto Armando.

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